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Digital CFO: una sigla nuova per alcuni, un concetto consolidato per altri

L’ultimo report Skills for Jobs dell’Ocse dice che, in Italia, c’è un esubero di lavoratori dotati di capacità fisiche e di resistenza indispensabili a chi lavora nel settore primario e nel secondario.

Scarseggiano invece le competenze legate alla soluzione di problemi complessi e al management di alto livello. Questo vuole dire che già oggi le aziende fanno fatica a seguire l’evoluzione del mondo del lavoro e che, stando così le cose, nei prossimi anni sarà sempre più difficile trovare professionisti capaci di muoversi con disinvoltura in quegli ambiti lavorativi sempre più interessati dallo smart-working, dalle competenze trasversali, dal 5G, dalla condivisione di spazi e compiti con robot o servizi automatizzati.

Cosa fare per sanare in modo efficace e duraturo questo gap di competenze? Bisogna investire in formazione, intesa sia come riconversione professionale sia come istruzione. Come presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Salerno, voglio soffermarmi soprattutto su quest’ultimo punto ossia sulle strategie da attuare nelle scuole e nelle Università.

Bisogna preparare i giovani fornendo loro le competenze personali e collettive che gli permetteranno di affrontare la straordinaria trasformazione tecnologica del mercato del lavoro dei prossimi anni. Ci sono diversi livelli sui quali intervenire. Un primo è dare a tutti gli studenti pari opportunità di accesso al mondo delle scienze e della tecnologia, potenziando le conoscenze nell’area STEM, le capacità legate al coding e le competenze trasversali fin dalla scuola primaria. Dopo di che bisogna permettere a ragazze e ragazzi di intraprendere dei percorsi di orientamento e inserimento nel mercato del lavoro tarati sui fabbisogni reali delle imprese. Mi riferisco ad esempio al sistema degli ITS o alle scuole di formazione continua del personale che negli ultimi anni, anche nel nostro territorio, hanno dato vita a percorsi educativi molto efficaci, sia per gli studenti che per le aziende.

Oggi abbiamo la possibilità di trasformare il mondo della formazione. Il PNRR prevede 33,81 milioni di euro di investimenti (Missione 4) per potenziare l’istruzione e la ricerca per l’impresa. Altri 5 miliardi saranno investiti per ridisegnare il sistema delle politiche attive del lavoro del Paese secondo logiche di coesione e inclusione (Missione 5). Oggi dunque ci sono la volontà politica e le risorse economiche per affrontare le sfide del mercato del lavoro e dell’evoluzione tecnologica. Ciò che manca, forse, è la capacità di dialogare e fare squadra. Sono indispensabili alleanze pubblico-private. Imprese e istituzioni, insieme con il mondo della formazione cui spetta un ruolo di primo piano, devono cooperare per fare in modo che, nei prossimi anni, anche la sigla Digital CFO non sia più soltanto una sigla misteriosa.

Gli strumenti di finanza alternativa per le imprese

Di finanza alternativa si parla fin dal 2008 ma – spesso – manca una conoscenza approfondita dell’argomento. Non tutti sanno, ad esempio, quali sono i canali più efficaci o le opportunità a disposizione delle aziende, soprattutto se si tratta di PMI ed imprese ad alto tasso di innovazione.

In un anno terribile come il 2020 la finanza alternativa ha continuato a supportare le Pmi con flussi di denaro che sfiorano i 2,7 miliardi di euro. Chi ne ha beneficiato maggiormente sono le imprese più piccole e più giovani. Proprio i giovani imprenditori hanno mostrato negli ultimi mesi una sempre più spiccata propensione ad avvicinarsi a canali diversi rispetto a quelli tradizionali: dai minibond al crowdfunding – ovvero la raccolta di capitali su portali Internet nelle varie forme (reward, lending, equity) – fino allo smobilizzo di fatture commerciali su piattaforme web e al direct lending.

Per dare un pò di numeri, sono 547 le aziende italiane che hanno provato a raccogliere capitale di rischio sulle piattaforme Internet autorizzate fino al 30 giugno 2020, assicurandosi attraverso 402 campagne chiuse con successo un funding pari a 158,86 milioni. Si tratta in gran parte di startup innovative, ma sono arrivate anche altre PMI con le operazioni in ambito real estate. Negli ultimi 12 mesi osservati la raccolta è stata pari a 76,6 milioni, con un incremento del 56% rispetto al 2019. Sempre nel 2020, le piattaforme di lending hanno erogato a titolo di prestito alle PMI italiane 339 milioni di euro: si tratta del comparto con il tasso di crescita relativo maggiore. Completa il quadro il reward-based crowdfunding, vale a dire le campagne di piccolo importo (condotte soprattutto su portali USA come Kickstarter e Indiegogo) per raccogliere finanziamenti e denaro offrendo in cambio prodotti e ricompense non monetarie. Nel 2020, le PMI italiane hanno raccolto in questo modo circa 1,2 milioni di euro.

In tutti questi settori, le prospettive per il futuro sono positive – anche in virtù del nuovo Regolamento europeo (appena adottato) che consentirà alle piattaforme fintech di operare su base transfrontaliera. La finanza alternativa è uno dei comparti che sta crescendo di più nel nostro Paese ed è uno dei pochi settori dove l’Italia regge dignitosamente il confronto con gli altri stati in Europa. Le regioni di questo “incremento” del flusso delle richieste da parte delle PMI sono molteplici. Sicuramente, la crisi Covid-19 ha favorito il ricorso agli strumenti di finanza alternativa sia per la percezione di un maggiore rischio di insolvenza dei debitori sia per la necessità di liquidità immediata.

Oltre a questi “fattori strutturali”, però, c’è stato anche un cambiamento “culturale” nel modo di intendere l’impresa e l’imprenditoria. La pandemia e i lockdown hanno favorito la consapevolezza della precarietà del business, facendo vacillare certezze che prima consideravamo granitiche. In mezzo a mille difficoltà, gli imprenditori hanno capito che affidarsi solo alle banche è una scelta limitata e – a lungo andare – molto difficile da sostenere. I giovani imprenditori sono stati i primi ad accorgersi di questa trasformazione e a cercare soluzioni alternative. Dove? Innanzitutto nella digitalizzazione, nelle nuove tecnologie e nelle infinite opportunità offerte dalla rivoluzione 4.0. Proprio l’incontro tra finanza e nuove tecnologie – un connubio che è alla base della finanza sostenibile – aumenterà la capacità degli imprenditori nel riconoscere le esigenze della propria azienda, nel conoscere e saper distinguere le diverse soluzioni disponibili, nel saper maneggiare diversi strumenti interagendo con differenti tipologie di soggetti. Tutto questo potrà fare la differenza per il futuro di molte aziende, rendendo sempre più la finanza una potente leva a supporto del business.

Competenze e innovazione: le “chiavi” per la ripartenza

Investire sull’innovazione dei processi e sull’acquisizione di nuove skills digitale è fondamentale per sostenere la ripartenza del Sistema Paese

La “lente” migliore per guardare al futuro è l’innovazione, intesa a 360 gradi come novità, cambiamento, trasformazione. Per noi imprenditori, l’innovazione è ciò che spinge a migliorare giorno dopo giorno, creando valore aggiunto per i nostri prodotti o servizi. Non è “solo” una questione di macchinari o tecnologie: è innanzitutto una forma mentis, una vera e propria filosofia di vita e di lavoro che dobbiamo diffondere e coltivare in maniera trasversale.

L’innovazione è una questione di cultura, formazione e istruzione. Purtroppo, però, la scuola e le Università italiane di oggi non sono in grado di offrire ai nostri giovani una preparazione adeguata rispetto a queste tematiche. Questo problema è ben noto a qualunque imprenditore che, negli ultimi anni, abbia avviato la ricerca di personale per la propria azienda. Molti giovani che oggi escono dalle scuole e dalle Università italiane (anche con ottimi voti) non hanno purtroppo le competenze e i requisiti richiesti dalle aziende.  Il mismatch tra Scuola e Lavoro è profondo e durante la pandemia è cresciuto in maniera drammatica: secondo gli ultimi dati del sistema Excelsior di Unioncamere, oggi, quattro aziende italiane su 10 non riescono a trovare i profili che cercano. Questo gap costa tra il 6 e il 10% del Pil nazionale e incide profondamente sulla competitività delle aziende che non riescono a cogliere le opportunità del mercato.  

In un momento storico in cui si parla tanto di “ripresa” e “resilienza” non possiamo permetterci performances così negative. Dobbiamo dare ai nostri studenti gli strumenti giusti per entrare subito nel mondo del lavoro con professionalità e competenze. È necessario costruire partnership stabili tra scuole e imprese, e garantire agli ITS sostenibilità economica e dialogo con le università per recuperare potenziali drop-out. Ne siamo convinti, perché chi esce da un ITS ha un tasso di occupazione, dopo 1 anno, di circa l’83%. L’obiettivo è raggiungere queste percentuali anche in uscita dalle Università e dai percorsi di studio altamente qualificanti.  

In particolare, la digitalizzazione e le innovazioni di processo sono elementi imprescindibili per il successo di ogni azienda. In Bioplast ci stiamo impegnando per fare rete con le università e gli enti di ricerca, aiutare le startup e le PMI innovative della provincia di Salerno e sostenere la nascita di nuove attività avviate da giovani imprenditori e startuppers.