Sud e giovani: dal 1985, il Mezzogiorno ha perso 1 milione e mezzo di Under30

L’ultima ricerca pubblicata dal Centro Studi di Confcommercio (5 aprile 2021) ha evidenziato un dato allarmante per il Sud Italia. Negli ultimi 25 anni, dal 1995 al 2019, il Meridione ha perso un milione e mezzo di giovani. Parliamo di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 15 e i 34 anni che sono stati “costretti” a trasferirsi al Nord o in altri Paesi d’Europa per studiare, lavorare, raggiungere l’indipendenza economica e mettere su famiglia. Si tratta di una vera e propria desertificazione giovanile che ovviamente ha avuto (e continua ad avere) effetti gravissimi sull’economia e sulla società delle nostre regioni meridionali. 

Lo stesso studio di Confcommercio registra infatti che nello stesso periodo la quota di Pil prodotta dal Sud sul totale nazionale è diminuita notevolmente, passando da oltre il 24% del 1995 al 22% del 2019. Questi due punti percentuali hanno un peso di circa 9 miliardi di euro: 9 miliardi di euro che il Sud Italia ha perso per colpa di difetti strutturali come burocrazia, criminalità e carenze infrastrutturali. E’ un vero e proprio circolo vizioso: i giovani lasciano il Sud e l’economia peggiora, di conseguenza l’economia peggiora ulteriormente e altri giovani sono costretti a lasciare le loro regioni ed i loro paesi di origine. 

La pandemia ha confermato e ulteriormente aggravato questo “stato di emergenza” vissuto dai giovani del Mezzogiorno. Rispetto al 2019, l’occupazione giovanile (15-34 anni) nelle regioni del Sud ha registrato la più forte diminuzione del numero degli occupati (-5,1%). Ciò che mi preoccupa particolarmente è il calo dei giovani laureati (-1%) e dei diplomati (-1,4%), categorie che in linea teorica dovrebbero soffrire di meno. Oggi, al Sud, ci sono 567 mila ragazzi e ragazze di età compresa tra i 15 e i 34 anni (+4,3 rispetto al 2020) che sono completamente inattivi, cioè non studiano, non lavorano e di certo non nutrono grandi speranze per il loro futuro.

La fuga o peggio ancora l’inattività dei giovani del Mezzogiorno sono una dilapidazione del capitale umano che non possiamo in alcun modo permetterci. Se i giovani se ne vanno, chi pagherà le pensioni, il welfare e il debito pubblico? Chi si farà carico della tanto agognata ripartenza post Covid-19? 

Per rispondere a questi interrogativi drammatici occorrono impegni precisi e interventi mirati del governo. Bisogna partire dai dati sul PIL e sull’occupazione giovanile per rendere davvero efficace il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non c’è bisogno “soltanto” di più risorse da spendere. C’è bisogno piuttosto di una strategia a lungo termine, un piano di riforme che aumenti ed utilizzi al meglio il capitale umano oltre che l’immenso patrimonio di risorse naturali e storiche, potenzialità sottoutilizzate delle regione del Mezzogiorno. Deve essere rivista la politica degli incentivi che, nonostante si sia concentrata maggiormente sulle fragilità del Sud, non ha risolto i problemi della mancata crescita occupazionale. C’è bisogno di meno assistenzialismo e più politiche attive che promuovano l’entrata e la permanenza nel mercato del lavoro. Meno privilegi legati all’anzianità e maggiore valorizzazione delle capacità dei singoli. Meno burocrazia e più spazio alla libera iniziativa e al merito. 

In definitiva, i giovani del Sud hanno bisogno di meno soluzioni individuali e più politiche collettive. Gli studenti e i lavoratori under 30 hanno pagato il prezzo più alto della crisi economica e sanitaria ma proprio loro – con le loro competenze e il loro know-how – possono darci la spinta giusta per tornare a correre!